Ritrovare me stesso

“Parto per ritrovare me stesso”, quante volte abbiamo letto o sentito qualcuno dire questa frase? Magari l’abbiamo pronunciata anche noi, anche solo una volta, nella nostra testa.

Non ricordo l’esatto momento, ma sono certo di averlo pensato anche io tanto tempo fa, adessoperò, dopo un po’ di tempo e qualche viaggio in più, posso affermare che per quanto mi riguarda c’è un errore di base in questo modo di dire. Sì, perchè almeno per la mia personale esperienza di viaggiatore, tendo più a credere sia vero forse l’esatto opposto. 

Perchè il viaggio, se affrontato con il giusto spirito, cambia le fondamenta del tuo modo di essere, disintegra i tuoi pregiudizi, ti rivolta come un calzino, costruendo pezzo per pezzo un nuovo te stesso che va a prendere sempre più il posto di quel “te stesso” che eri partito per ritrovare. 

Viaggiare è fare esperienza, e l’esperienza è il modo più potente per comprendere qualunque cosa; soprattutto se ciò che vogliamo comprendere riguarda noi stessi, levare l’ancora e sperimentare sulla propria pelle che il modo in cui passiamo le nostre esistenze non è l’unico possibile ci apre piano piano la mente, vivere e superare situazioni faticose ci fa prendere coscienza di avere una forza e delle risorse di cui non eravamo a conoscenza, mette in moto dentro di noi una serie di meccanismi irreversibili la cui potenza è direttamente

proporzionale a quanto ci allontaniamo dalla nostra zona di confort. 

Tutti questi piccoli “click” necessitano di tempo per sedimentarsi, poi mano a mano che si stratificano tendono sempre più a farci cambiare atteggiamento verso la vita; anche in questo credo che ognuno abbia i propri tempi, regolati dall’apertura al cambiamento di ogni singola persona. Il bello è che non bisogna per forza farsi 12 ore di volo per allontanarci dal nostro metro quadro di punti di riferimento, esattamente come partire per lontani luoghi dai nomi impronunciabili non significa di sè fare delle esperienze che ci mettano alla prova. 

L’elemento fondamentale è l’approccio, l’atteggiamento con il quale ci poniamo di fornte al viaggio, che è poi solitamente lo stesso con il quale ci poniamo di fronte alla vita. Certo, a Samarcanda avrò magari più occasioni di uscire dalla mia comfort zone che sull’Appennino Tosco-Emiliano, ma la vera differenza la fa proprio l’atteggiamento con il quale ci poniamo di fronte al viaggio: posso andare a Samarcanda con volo di prima classe in Hotel a 5 stelle facendomi scarrozzare dal punto A al punto B in macchina con aria condizionata e vedere

l’Uzbekistan dal finestrino, come posso raggiugnere l’Appennino Tosco-Emiliano in bicicletta,

soggiornare in tenda, farmi da mangiare con un fornelletto ad alcool e dormire in un sacco a pelo sotto le stelle. 

Ovviamente questo è per far capire con due esempi estremi cosa intendo quando parlo di approccio, non c’è assolutamente nulla di sbagliato nel trattarsi bene o viaggiare comodi ove possibile, a tutti piacciono le coccole compreso al sottoscritto, ma nel momento in cui si incentra tutto quanto un viaggio sulla comodità e sul trovare esattamente gli stessi punti di riferimento del famoso metroquadro, diventano semplicemente modi diversi di viaggiare, esperienze diverse in cui ci si butta con aspettative e necessità diverse, da cui per forza di cose si esce con un bagaglio di tipo diverso. 

Se penso ai ricordi di viaggio che per me hanno davvero un valore, non ne trovo nessuno legato al buffet gargantuesco di quel particolare Hotel o alle lenzuola che profumano di buonissimo di quell’altro, ma tutti si ricollegano quasi sempre a situazioni in qualche modo disagevoli, agli imprevisti, ai contrattempi che alla fine sono stati superati, insomma memorie di vita reale che contribuiscono a far accrescere la fiducia in me stesso ogni qualvolta

ritornano alla mia mente.


Quindi, per concudere tornando alla famosa frase fatta (male), altro che “Parto ritrovare me

stesso”...io “Parto per scoprire chi sarò al mio ritorno“.

Daniele Benso

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